Questi sono i giorni delle zone colorate, i giorni in cui il nostro Paese è un arlecchino triste con il vestito giallo, arancione e rosso. Questo periodo storico non sappiamo come sarà ricordato domani  e noi, come naviganti in mezzo al mare, affrontiamo questo momento con i sentimenti tipici di chi vive aggrappato ad un punto interrogativo, nell’attesa che questo uragano passeggero scarichi ed esaurisca tutta la sua forza, non si sa come, non si sa dove, non si sa quando. Viviamo in balia di queste onde dell’incertezza, un’incertezza che genera tante emozioni: preoccupazione, paura e in alcuni casi anche terrore vero e proprio.

 

E allora ci guardiamo l’un altro su questa grossa nave che oscilla sulle onde, ci osserviamo e tentiamo di immaginare cosa starà provando quell’uomo, quello appoggiato alla balaustra di prua e che sta scrutando l’orizzonte senza apparente paura, con la mascherina momentaneamente calata per fare spazio ad una sigaretta. Oppure quella donna lì in fondo, a poppa, seduta su una panchina, che tiene per mano un bambino arrabbiato a cui cerca di spiegare perché non può festeggiare il compleanno con i suoi amichetti. E così tutti gli altri viaggiatori che, in posizioni diverse e atteggiamenti diversi, affrontano insieme a noi questa nuova ondata. Guardandoli ci facciamo un’idea, crediamo di immaginare o decifrare attraverso il loro comportamento esterno il loro stato d’animo. Ma noi, cosa ne sappiamo veramente degli altri? Di quell’uomo appoggiato alla balaustra di prua, che guarda con aria spavalda le nubi nere, cosa sappiamo realmente?

Lo giudichiamo da quello che vediamo di lui, da quello che lui ci lascia vedere.

In realtà, non conosciamo i suoi pensieri più profondi, le emozioni che lo accompagnano a letto la sera e che gli chiudono gli occhi quando si addormenta. E non conosciamo nemmeno gli stati d’animo con cui si sveglia il giorno successivo, le emozioni con cui affronta un nuovo inizio. E aveva ragione Balzac, grande conoscitore dell’animo umano, quando diceva: “Per giudicare un uomo bisogna almeno conoscere il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni”.

 

La mia riflessione di oggi è incentrata su un’emozione in particolare, sulla paura, un’emozione con cui dobbiamo nostro malgrado convivere e che è generata dall’incertezza perché è proprio nell’incertezza che le sue radici possono irrobustirsi e ramificarsi nel terreno circostante.

Nelle situazioni incerte non sappiamo bene come comportarci, il dubbio su quale sia il comportamento più adatto, più efficace, più sicuro, come una mano misteriosa ci batte prima sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra e noi ci giriamo prima da una parte, poi dall’altra… e perdiamo l’orientamento, la nostra bussola impazzisce e ci lascia disorientati, da soli davanti a tanti bivi sconosciuti.

 

La domanda che ora voglio sottoporti può sembrarti banale, quasi dalla risposta scontata: qual è l’opposto della paura?

Tu, come tutti o quasi tutti, risponderai probabilmente con sicurezza che l’opposto della paura è il coraggio. Una risposta istintiva, data quasi senza pensare. Se però stessimo facendo un cruciverba, vedremmo che alla definizione “opposto della paura” non corrispondono otto caselle vuote, ma dieci. “Coraggio” quindi non va bene, ne ha solo otto. E allora provando ad incrociare le altre definizioni, iniziamo ad avere degli indizi: una M qui, una G là… Ed ecco la soluzione: “meraviglia”. L’opposto della paura è la meraviglia!

 

So che può sembrarti strano, ma questa soluzione non è solo frutto della mia riflessione, ma anche dei ragionamenti e degli studi di molti esperti che hanno definito il coraggio non come l’opposto della paura, ma come la conseguenza della paura.

Io provo paura per qualche cosa, sento uno stimolo chimico, ormonale, biologico che mi dice di prestare attenzione; lo razionalizzo e con coraggio lo supero.

Davanti a me ho un torrente in piena, devo attraversarlo e non ci sono ponti per poterlo superare. Ma devo andare dall’altra parte, è necessario, vitale! La paura mi assale, perché la corrente è forte e so che potrebbe portarmi via. Ma poi mi calmo, razionalizzo e cerco un punto in cui l’acqua è meno profonda, magari quelle pietre laggiù, quelle che spuntano tra le piccole onde potrebbero essere una pedana improvvisata su cui camminare. E quel ramo là in fondo potrebbe servirmi per aiutarmi nella traversata.

La paura bussò alla porta, il coraggio aprì e vide che non c’era nessuno.

 

Ed ecco che anche noi, davanti a questo torrente in piena che in questo periodo ci intimorisce, possiamo utilizzare la meraviglia come un aiuto per attraversare incolumi la corrente. Facciamo della meraviglia, del meravigliarsi, il nostro focus per sentirci davvero vivi, facciamolo ora e facciamolo sempre. Continuiamo a stupirci e imitiamo Oscar Wilde, quando diceva che la meraviglia è l’unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta.

 

Chiudiamo i nostri occhi di adulti, facciamo un bel respiro e proviamo a riaprirli con quelli sognanti e curiosi che avevamo da bambini. Tutto è meraviglia, tutto è stupefacente… Dal palmo della mano alle foglie che cambiano colore quando le stagioni premono l’interruttore invisibile del tempo, da uno starnuto al seme che diventa prima piantina, poi frutto.

 

Facciamo cadere una goccia di meraviglia nello stagno di acqua torbida, facciamone cadere una goccia ogni giorno, con costanza. Vedremo che gradualmente il torbido si estinguerà e potremo finalmente guardare il fondo della pozza in trasparenza, ammirare tesori nascosti che prima non potevamo neanche immaginare, e vedremo tornare a nuotare in quell’acqua prima inospitale tanti pesciolini colorati. La vita riprenderà lentamente ma gradualmente possesso di quello spazio.

 

Stupiamoci. E lo stupore ci insegnerà che dall’incertezza può nascere anche qualcosa di positivo. E allora sediamoci su una panchina e, come Forrest Gump, ricordiamo fiduciosi e con occhi speranzosi quello che gli diceva sempre sua madre: “La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita”.

 

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Andrea

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