In questo periodo di regioni colorate, di dubbi e paure, di diritti che vengono momentaneamente sospesi, di libertà che vengono chiuse e riaperte come cerniere lampo, sono tante le parole che prima erano relegate ai loro campi specifici e che invece oggi rimbalzano nella nostra quotidianità perché diventate improvvisamente di interesse ed uso comune.

Nella mia quotidianità, una di queste parole, a forza di rimbalzare, si è frammentata in tre unità che hanno dato a quelle lettere un nuovo significato.

Un aggettivo scientifico, undici lettere prestate al mondo della medicina che vanno a sbattere contro un palo, cadono e assumono un significato totalmente diverso. Le vedo a terra scuotere la testa per riprendere i sensi, si guardano intorno e in fretta e furia si riposizionano. Ognuna al posto giusto. Ma qualcosa è cambiato. Sono sempre undici, ma ora sono legate in modo diverso e con un significato che rinnega la natura scientifica del predecessore da cui sono nate.

 

Sierologico. Sì, ero logico.

 

Questo giochino, forse casuale, non è poi risultato così innocuo come credevo. Mi ha spinto infatti ad una considerazione, ad una ammissione di ciò che ero un tempo e che ora non sono più. Non in quei termini rigidi, almeno.

 

Sì, ero logico.

 

Gli occhi e il cuore dell’Andrea di oggi, di quello che ti sta scrivendo in questo momento, rivedono l’Andrea di tanti anni fa, nel momento in cui è andato a sbattere contro un palo e si è ritrovato a terra con tutte le lettere mischiate. Tutte poi sono tornate al loro posto, ma qualcosa era cambiato. Era cambiata la rigidità della loro disposizione, era percepibile una morbidezza e una plasticità che prima dello scontro con il palo non erano presenti. Me lo ricordo bene quel palo.

A metà degli anni novanta, ero docente di tecniche di memoria, lettura veloce e metodologie di studio e ricoprivo il ruolo di direttore dei corsi nazionali.

Mi sapevo muovere bene sul palco della comunicazione, avevo imparato a comunicare in un modo che otteneva dei risultati. Mi piazzavo sulla linea dei tre punti e facevo canestro. Sicuramente per una mia predisposizione di natura, ma era un risultato ottenuto anche grazie alla programmazione neurolinguistica e alle esperienze nel mondo della formazione vissute con maestri e compagni di viaggio come Johnny Nacinelli e Daniele Fava Messina.

Il canestro davanti a me, un paio di rimbalzi per la concentrazione e il pallone che già scivola via attraverso la rete. Un cecchino della comunicazione.

In quel periodo, incontrai un esperto di comunicazione non verbale che invitai ad una conferenza per avere un feedback da lui. Non lo sapevo ancora, ma avevo appena invitato il palo contro cui sarei andato a sbattere.

Ricordo ancora le sue parole: “Andrea, sei molto bravo. Molto. Ma sei troppo logico.”

Ero lì a terra intontito, non perché mi fossi fatto male e il dolore mi impedisse di rialzarmi, ma perché non capivo cosa avesse voluto realmente dire. Non riuscivo a trovare una risposta, eppure mi sentivo già diverso: le mie lettere non erano cambiate di numero, ma si stavano dando una nuova disposizione.

Il cercare di capire cosa volesse significare quella frase stava già stimolando la mia mente come un massaggio tonificante.

Da quel momento iniziai a studiare in modo più approfondito anche la comunicazione analogica oltre a quella multisensoriale già utilizzata nella programmazione neurolinguistica.

Da quel momento, con l’aggiunta dell’intelligenza emotiva, uno dei miei appellativi più diffusi, oltre a quello di mental coach, è stato emotional trainer: un trainer che emoziona e che arriva al cuore, che riesce a far rivivere esperienze formative attraverso aneddoti e storie.

Un trainer che continua a fare canestro da tre punti, ma che riesce a far sentire al pubblico il battito calmo del suo cuore mentre prepara il tiro, l’accelerazione delle pulsazioni mentre il pallone è in volo e la sua destinazione è ancora ignota, il ritorno ai battiti normali quando la palla rimbalza a terra dopo aver gonfiato la rete.

 

Sì, ero logico.

 

Ero logico ma poi sono cambiato. La neuroplasticità del nostro cervello può cambiare e con essa il nostro approccio mentale alle situazioni, alla vita. Se lo desideriamo possiamo evolverci, modificarci, compensarci. Quando dico che sono cambiato sto dicendo che ho modificato la mia visione parziale e globale, ma il mio approccio resta logico: mi piacciono gli scacchi, conosco abbastanza bene la teoria musicale e mi muovo con agilità sul pentagramma con il mio sax o con altri strumenti, ma faccio fatica a riprodurre i brani ad orecchio,

Non bisogna stravolgersi, violentare la propria natura, ma unire l’aspetto logico a quello emotivo.

Nel mio caso, volendo mandare questo messaggio forte di miglioramento al mondo intero, era importante arrivare a tutte le persone. Ad ascoltarmi ci sono ora, come c’erano allora, persone razionali e persone emotive: ho bisogno di usare due voci per non escludere una parte del pubblico; due voci che si alternino per poi fondersi in un unico messaggio. Le strategie della dialettica vanno utilizzate e rinnovate con la freschezza della modernità, in modo da portare le persone ad una riflessione e ad un conseguente fare immediato, come facciamo nei corsi di team building con il Ciclo di Kolb o con Six Seconds con “motivare, attivare, riflettere.”

Quando sto per tirare a canestro non sono più concentrato solo sul punto da realizzare, ma ho allargato la mia visione nel tentativo di cercare per me stesso e per chi mi segue un senso di scopo profondo.

Nell’ultimo EQ cafè del 6 aprile, abbiamo parlato proprio di questo, del senso di scopo e di questa missione idealista, come c’è scritto nel sito di Six Seconds: “Noi stiamo lavorando affinché un miliardo di persone pratichi l’intelligenza emotiva.”

Con questo articolo ti passo la palla, il tuo canestro è davanti a te. Trovagli un senso più profondo. E se prima di tirare andrai a sbattere contro un palo, forse non sarà un male…

Se vuoi allenarti per fare canestro, ti aspettiamo al prossimo EQ-Cafè “Pronti per il Cambiamento”, 8 giugno ore 18.30. Clicca qui per iscriverti e riservarti il tuo posto! 

Ti aspetto,

Andrea

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