Nonostante il brutto tempo che ho incontrato stamattina, ho deciso di sfidare il temporale e non rinunciare così alla mia sessione quotidiana di giardinaggio forestale, avventurandomi nel bosco per raccogliere un po’ di legna per il camino.

Passeggiando alla ricerca di qualche rametto asciutto, saltellando tra le pozzanghere come se stessi giocando una partita improvvisata di campana in mezzo alla natura, mi è sorto un dubbio: “Ma, in fin dei conti, oggi è davvero una brutta giornata? Siamo sicuri che sia davvero un tempo orribile?”

Nonostante un piede immerso quasi fino alla caviglia in una buca piena d’acqua non mi sono arrabbiato, ma ho pensato che forse, anche con quel piccolo incidente, avrei dovuto dar ragione ad Eric-Emmanuel Schmitt quando scrive: «Non “che tempo orribile” ma “che bella giornata di pioggia”».

 

A pochi passi da me, delle gocce scappano da un ramo zuppo d’acqua e si lasciano cadere verso terra in ordinata fila indiana sparendo poi in una pozzanghera sottostante, ma solo dopo aver generato a turno una serie di cerchi concentrici. La Natura ci insegna, ci ispira sempre e comunque. Ed è dall’osservazione di queste gocce, infatti, che è nato lo spunto che voglio condividere con te; voglio rubare il loro tuffo, trasportarlo in un altro contesto e lanciare un sassolino nell’acqua del pensiero, stare a guardare i cerchi che si formano e che via via vanno ad allargarsi innescando a loro volta nuove riflessioni.

 

Cominciamo? Scelgo il sassolino adatto e lo lascio cadere…  Il primo cerchio che si disegna sull’acqua mi suggerisce che il meteo è un ottimo esempio di una generalizzazione, di una interpretazione che noi diamo all’esistenza. È partendo dai colori del meteo, dalle sue temperature e dalle sue altre manifestazioni che possiamo creare un canovaccio per improvvisare un discorso più ampio e declinarlo in più contesti.

Siamo davvero sicuri di essere in grado di qualificare un evento, una situazione e di etichettarlo in modo inequivocabile come bello o brutto? E, conseguentemente, siamo sicuri a livello globale, a livello olistico, di sapere cosa sia bello o brutto? Il grigio, ma anche il nero delle nuvole gonfie d’acqua non è forse altrettanto bello del bianco ovattato e morbido delle nuvole in una giornata di sole?

Non è il tentativo di cercare ostinatamente il bello in ciò che è brutto, di inventarlo, ma si tratta di un’operazione più radicale: ripulire la lavagna, eliminare con il cancellino quella linea di gesso che la divide in due e con essa le categorie scritte a destra e a sinistra, quel “Buoni “ e “Cattivi” che non lascia spazio al grigio, ma solo al bianco e al nero.

Pulire la lavagna e riscrivere un unico elenco in cui buoni e cattivi, belli e brutti, hanno uguale dignità ed uguale valore. Tutti vincitori, nessun vinto.

Il sassolino che ho lanciato ha dato vita ad un secondo cerchio che mi sussurra una nuova considerazione, figlia della prima. Così come i cerchi nell’acqua si generano dai precedenti, così dalla riflessione iniziale ne nasce un’altra in cui mi viene da dire che noi siamo figli del nostro stato d’animo, delle nostre emozioni e di ciò che interpretiamo.

L’interpretazione istintiva che ho dato io alla pioggia di stamattina è stata negativa perché l’ho vista come un ostacolo, un impedimento al raggiungimento del mio scopo che, in questo caso, era procurare del combustile asciutto per il mio camino.

I cerchi sull’acqua ora stanno diventando tre, perché da questo secondo cerchio bagnato ne vedo già formarsene uno nuovo. Un cerchio in cui percepisco la mia unione con la pioggia. Un cerchio in cui io faccio parte della pioggia. Sono nel bosco, con il mio poncho alla ricerca di legna e non guardo più alla pioggia come un fastidio, ma riesco a sentire le sue carezze, mi bagno della sua presenza e la vivo come un momento della mia esistenza, della mia essenza.

Mi ritrovo improvvisamente catapultato all’interno di un puzzle: sono uno dei suoi pezzettini, lo sono io come lo è la pioggia; un puzzle meraviglioso, perché il soggetto cambia continuamente, non è mai lo stesso nonostante spesso riproponga situazioni simili.

 

Il consiglio del mental coach è questo: di cercare il buono e il bello in ogni cosa, ma non con lo spirito rassegnato, di chi, affamato, raccatta le briciole su un tavolo vuoto pur di avere l’illusione della pancia piena; non sia un accontentarsi ma sia, piuttosto, una nuova ricerca, sia un nuovo esercizio: quello del Dubbio.

Tiziano Terzani diceva che “togliere il dubbio dalle nostre teste è come voler togliere l’aria ai nostri polmoni”. Prendiamoci quindi un momento per noi, concentriamoci sulla respirazione; inspiriamo con decisione e accompagniamo l’aria mentre percorre il nostro corpo: sentiamola entrare dal naso, attraversare faringe e laringe, passare poi dalla trachea fino ai polmoni. Partecipiamo anche al viaggio di ritorno, quando dai polmoni espelliamo l’anidride carbonica seguendone il tragitto fino al naso.

 

Respiriamo ora il Dubbio. Prendiamoci un momento per noi, concentriamoci su ciò che vediamo intorno e inaliamo il Dubbio come se fosse aria. Lasciamolo entrare nella nostra mente, accompagniamo il suo percorso dentro di noi, lasciamo che depositi i suoi spunti di riflessione, le sue prospettive alternative, i suoi punti di vista. E, come con l’anidride carbonica, partecipiamo al viaggio di ritorno: lasciamo che ad uscire siano i preconcetti, le “certezze” su ciò che noi crediamo di sapere sul bello e brutto, sul buono e cattivo.

Ci sono sicuramente situazioni, notizie, avvenimenti in cui oggettivamente possiamo parlare di bruttezza; un incidente stradale, una malattia e il carico di dolore che portano con sé, gli stessi avvenimenti di questi mesi sono inequivocabilmente “brutti”. Possiamo esercitare il Dubbio anche in questi frangenti? La mia sensibilità e il mio rispetto per chi ha vissuto o vive in prima persona certi drammi mi invitano alla cautela, ma non ad abbandonare la speranza. La speranza nel pensare che dietro al buio ci sia una luce, un messaggio, un insegnamento. Non dico di considerarlo giusto, ma che abbia un senso.

Ti lascio ora alle tue riflessioni, nella speranza che i miei cerchi di pensiero non si siano esauriti in se stessi come quelli dell’acqua, ma che ti abbiano raggiunto e che nella tua mente si siano trasformati, si siano solidificati e abbiano preso la forma di un nuovo sassolino che, spero, avrai la forza e la voglia di lanciare davanti a te.

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Ti aspetto,
Andrea

 

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