Queste righe non sono nate da una delle mie solite passeggiate tra i boschi, ma da una riflessione notturna che ha preso vita osservando le fiamme protendersi verso l’alto, nel camino che stava riscaldando solo me, in una mezzanotte che ho condiviso con i miei pensieri.
Una riflessione che ha iniziato a donare i suoi frutti verso la mezzanotte di ieri, ma che era stata seminata qualche giorno prima, mentre girovagavo in auto con la mia famiglia attraversando la zona arancione della campagna toscana.
Strade e colline percorse in un’allegria forse a tratti malinconica, ma piacevole e mai disturbante, con un sottofondo musicale e con una strofa in particolare che ho poi voluto usare come titolo per questo post.

“Tanto Mario riapre, prima o poi…”

Rileggi il titolo con me e ripetilo ad alta voce. Sono certo che lo starai canticchiando anche senza volerlo… Lo so perché lo sto facendo anche io!
La forza delle canzoni, o anche delle poesie, è quella di permetterci di trovare un significato personale, di incollarle sul nostro album di figurine anche se l’autore aveva in mente tutt’altro. A prescindere dalle intenzioni dell’autore, riusciamo a leggere il numero dietro la velina, la scolliamo con delicatezza e la posizioniamo con premura nella pagina giusta della nostra memoria, delle nostre emozioni. E ognuno lo fa con il proprio album, ognuno nella su pagina, ognuna diversa da quelle degli altri. E, miracolosamente, tutte risultano giuste.
Poi ci sono intere canzoni o, come in questo caso, singole strofe che ci accomunano tutti e che tutti incolliamo sulla stessa pagina, con lo stesso numero.
Siamo dentro una canzone. Ormai sono tante notti che non possiamo incontrarci, che non possiamo festeggiare, che non possiamo guardare le stelle insieme.

“Tanto Mario riapre, prima o poi…”

Mentre pensavo al Mario della canzone, mi sono venute in mente tante cose. Innanzi tutto che quel Mario non c’è più, ma che il suo nome continua a vivere nella canzone e nel suo bar che, sotto un’altra gestione, affronta insieme a tutti noi i sacrifici di questo periodo.

Poi mi è venuto in mente come questo nome sia particolarmente importante per me. Naturalmente il primo pensiero va a mio padre che non c’è più, e che sarà sempre Mario ovunque si trovi e in qualunque forma ora sia; Mario è un collega a cui tengo molto ed è anche il nome di alcuni amici; Mario è poi il nome di Draghi, che il 2 marzo ha firmato un nuovo dpcm.
Inserisco Draghi in questo breve catalogo non perché mi interessi approfondire in questa sede le regole, i divieti, i colori del nuovo decreto. Mi interessa usarlo come spunto e illustrarti brevemente il modo in cui questo dpcm e, in generale, ogni prova della vita può essere affrontata.
Le modalità sono sostanzialmente due: con ottimismo e con pessimismo. Il realismo non lo prendo in considerazione, lo vedo più come una causa che come un effetto o uno stile di porsi nei confronti della vita. Se il realismo è il prendere atto che fuori piove, il pessimismo è dire “mi bagnerò e mi prenderò un raffreddore”, mentre l’ottimismo è affermare che “le piante riceveranno acqua per crescere e dopo ci sarà un bellissimo profumo di erba bagnata”.
Una delle competenze dell’intelligenza emotiva si chiama proprio “esercitare l’ottimismo”.

Nella zona rossa del Self Management c’è una competenza che si chiama proprio “esercitare l’ottimismo.”
Gli americani, nella loro solita praticità e amore per lo slogan hanno coniato un motto diretto: “Choose Yourself.” Scegli te stesso.
L’esercizio dell’ottimismo ruota attorno a tre aspetti. Se vuoi approfondire l’argomento e vederlo sviscerato in ogni piega, ti invito a fare il test della tua intelligenza emotiva cliccando qui. Intanto ti offro un piccolo assaggio presentandoti due aspetti: la pervasività e la durata.
Il pessimista, davanti ad un evento non positivo che gli accade pensa all’istante: “Oddio, questo scompiglia tutto!”
Non importa l’entità dell’imprevisto: che sia uno pneumatico forato, una connessione wi-fi ballerina, il cellulare scarico… qualunque cosa sia, il pessimista lo vedrà come l’inizio di una tragedia, come il fiocco di neve che inizia a rotolare, che acquisisce velocità, forza e massa durante la discesa per il pendio e che arriva a valle come una valanga gigantesca che travolge tutto e tutti.
L’ottimista, secondo Martin Seligman e secondo il modello di intelligenza emotiva che noi divulghiamo in 174 paesi del mondo, reagisce in altro modo. La ruota forata, la connessione altalenante e il cellulare scarico li inserirà in un contesto globale, li vedrà come parte di un tutto, come brevissimi frame di un film molto più lungo, di un film in cui sicuramente tristezza e lacrime sono presenti, ma che non sono TUTTO il film.

Ecco la pervasività. Per il pessimista, l’evento negativo o il semplice imprevisto è come l’acqua che deborda dalla doccia, filtra da sotto la porta del bagno ed invade tutta la casa. Inesorabilmente.
L’ottimista, invece, sa che ha la possibilità di limitare i danni o i semplici fastidi che quell’imprevisto può creare. L’ottimista vede l’acqua uscire, prende il silicone e sigilla le fessure in modo che le altre stanze non vengano coinvolte.
Un’altra grande differenza la possiamo constatare nella durata.
Il pessimista ha sul polso un orologio particolare: non ci sono le ore, i minuti e i secondi; c’è scritto solo “mai” e “sempre”. La pandemia? Non finirà MAI, vivremo SEMPRE in lockdown! Hai notato questo punto esclamativo? Non è un caso. Il pessimista ha una scorta infinita di punti esclamativi. Non possiamo vederli quando parla, ma dal tono della voce puoi capire che le sue sono sentenze definitive, sono come la Cassazione.
L’ottimista, invece, ai punti esclamativi preferisce i punti interrogativi. L’ottimista vive nel dubbio, in quello filosoficamente sano e costruttivo, però. L’ottimista non sa come e quando finirà la pandemia, ma sa che finirà perché questa pandemia è solo un momento, è un singolo frame del film. Non è IL film.

“Tanto Mario riapre, prima o poi…”

Il mondo è in evoluzione. Lascia stare quello che è stato… Anche io, se ripenso alle nostre manifestazioni di tipo fisico in aula come gli abbracci, i saluti speciali, mi fermo e mi chiedo se ritorneranno come prima o in un’altra forma. Non lo so. Preferisco il punto interrogativo al punto esclamativo. L’unica certezza che ho è che non ci saranno zone colorate per sempre.
Mentre condividiamo questa certezza, ti invito a leggere l’articolo sulle sfere di influenza e coinvolgimento e a goderti il viaggio meraviglioso della vita e a gustarti il suo film tenendo premuto il tasto PLAY e non quello PAUSA.

“Tanto Mario riapre, prima o poi…”

Un caro saluto,
Andrea

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