La mia libertà finisce nel momento in cui invade quella degli altri.

La tua libertà finisce nel momento in cui invade quella degli altri.

La nostra libertà finisce nel momento in cui invade quella degli altri.

 

Quando si usa la parola “invasione” si pensa subito a qualcosa di violento, di esplicito; ad esempio, è un termine che viene associato in modo quasi automatico alla guerra, quando un esercito invade un’altra nazione. Oppure ad eventi meteorologici devastanti come le alluvioni, quando l’acqua e il fango esplodono nella loro potenza e invadono le campagne e le strade circostanti spazzando via tutto ciò che incontrano.

 

Nel caso delle guerre e delle alluvioni, i confini che vengono travolti sono evidenti, chiari: nel primo esempio sono i confini di uno Stato, codificati attraverso dei cartelli ed una segnaletica ben precisa che li delimita senza possibilità di errore. Nel secondo caso la segnaletica è inutile, perché se vediamo persone scappare o rifugiarsi sui tetti delle auto, è evidente come il corso d’acqua non stia più seguendo il suo solito percorso.

 

Le cose non sono così nette quando si parla di libertà. Non ci sono cartelli stradali, non ci sono confini segnati su una mappa. E a complicare il tutto si aggiunge un secondo fattore: in queste situazioni le invasioni non sono necessariamente violente come nei due esempi che ho riportato poco fa.

 

Ma, allora, come faccio a capire che la mia libertà è stata limitata? E come faccio a quantificare la portata della perdita che ho subìto?

 

Ho registrato queste considerazioni il primo dicembre 2020, quando mi sono preso la libertà di camminare nel bosco intorno casa e ho scelto di essere particolarmente sincero con le mie emozioni, di filtrarle solo il minimo necessario per metterle su carta e condividerle con te. Come quando si fa una spremuta d’arancia e con il colino si trattiene la polpa perché magari ci dà noia sentirla scorrere in bocca insieme al succo. Ecco, sto scrivendo queste righe utilizzando un colino con delle maglie estremamente larghe. Le mie emozioni di questo articolo hanno la polpa.

 

Sono uscito per la mia consueta attività fisica e l’ho fatto dimenticando a casa la mascherina. Me ne sono accorto solo quando ormai era troppo faticoso tornare indietro a riprenderla, quindi ho deciso di continuare a seguire il mio programma. Fin dal primo passo che ho lasciato sul terreno con la consapevolezza di questa omissione, ho avvertito un senso di colpa che mi ha abbandonato solo nel momento in cui mi sono detto che, in fin dei conti, stavo facendo attività fisica e, in aggiunta, in un contesto in cui era altamente improbabile incontrare qualcuno.

 

In realtà, il senso di colpa non mi ha abbandonato del tutto, perché ho camminato con questo doppio sentimento per qualche chilometro, come se trasportassi uno zainetto che risultava pesante e leggero a seconda di quale fosse il sentimento predominante in quel momento. Poi mi sono ricordato del fazzoletto che avevo con me e che, volendo, poteva essere trasformato artigianalmente in una mascherina part-time.

 

I miei sentimenti contrastanti che si scalzavano continuamente l’un altro per sedersi sul trono del mio stato d’animo. Una lotta evidentemente rumorosa, perché mi ha fatto notare la macchina solo nel momento in cui mi ha superato e solo quando l’ho vista proseguire nel suo percorso davanti a me ho realizzato che si trattava di una macchina della polizia.

 

In un qualunque altro momento, un mezzo delle forze dell’ordine non mi avrebbe fatto alcun effetto. Stavolta no. Lo guardavo allontanarsi e ho sentito il disagio prendere forma, partire dalle unghie dei piedi e salire lungo il mio corpo fino ad arrivare alla punta dei capelli, come se mi stessi trasformando in un supereroe a cui basta premere un pulsante per srotolare dal nulla la sua armatura luccicante. Nel mio caso, l’armatura mi ha foderato di uno strato che mi fatto sentire estremamente vulnerabile. Guardavo la volante rimpicciolirsi all’orizzonte e ho iniziato a pensare che i poliziotti forse si sarebbero fermati e che sarebbero tornati indietro per chiedermi i documenti. A chiedermi conto del perché non stessi indossando la mascherina in una zona rossa. A chiedermi come mai fossi così lontano da casa. Ho pensato a tutte queste cose che ho vissuto durante il primo lockdown, quando uscivo per correre o per accompagnare il cane a prendere un po’ d’aria e puntualmente venivo fermato e interrogato su questi punti.

 

I confini della libertà non possono essere tracciati con un gessetto, ma possono essere percepiti solo nel momento in cui senti che qualcuno o qualcosa li ha superati. Oppure nel momento in cui tu stesso li hai oltrepassati a discapito di qualcun altro. E allora come ci si regola, cosa può salvarci da questa sensazione spiacevole, dalla sensazione di una libertà violata o, almeno, momentaneamente sospesa?

Non riesco a pensare ad altro che non sia il buonsenso. Soprattutto quando mi imbatto in notizie riportate dai media con il giusto clamore, come quella di un ragazzino multato di 400 euro per aver tolto la mascherina dopo aver fermato il suo motorino per fare una telefonata. Dov’è il buon senso, qui? Charles Darwin diceva che “il buon senso evita il sentiero dell’errore”. Aveva ragione.

 

La mia riflessione nasce in un momento in cui le libertà sono dei beni sottoposti a razionamento, necessari ma centellinati come la farina in tempo di guerra. Non ho intenzione di essere triste o arrabbiato, né voglio trasmettere a te queste emozioni, non voglio indossare uno stato d’animo negativo finché non si sarà tornati alla normalità, ma mi concentro sulle mie libertà, su ciò che posso effettivamente fare e di cui ti ho parlato nell’articolo sulle sfere d’influenza (leggilo qui).

 

Continuo a filtrare questa spremuta, vedo della polpa che ha rallentato la sua corsa e che si è fermata sul reticolato del colino, in bilico, ma faccio una cosa strana: non la tolgo, la aiuto a cadere nel bicchiere e la faccio nuotare insieme al succo. Perché oggi è così, voglio raccontare le mie emozioni quasi senza vergogna. Con filtri molto larghi. Da mental coach ed esperto di Intelligenza Emotiva lo sto facendo con cognizione, con la consapevolezza che non sia una “debolezza”.

 

Rientrando a casa da questa camminata diversa dal solito, ho fatto due cose “strane”. Non ho percorso al contrario il tragitto dell’andata, ma ho preferito lasciare l’asfalto per una strada sterrata dove sarei stato sicuro di non incontrare nessuno, tanto meno una seconda volante della polizia.

La seconda stranezza è stata quando, quasi come un latitante ingiustamente condannato, come un fuggiasco che vive spostandosi con estrema cautela da un covo all’altro, mi sono inoltrato nel bosco non appena ho sentito il motore di una macchina che si stava avvicinando.

 

Siamo sicuri che qualcuno non stia maneggiando i rubinetti della libertà oltre il buon senso, aprendoli e chiudendoli in modo poco avveduto?

 

La mia libertà finisce nel momento in cui invade quella degli altri.

La tua libertà finisce nel momento  in cui invade quella degli altri.

 

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Andrea

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