La domanda del titolo contiene al suo interno un presupposto: per ritrovarti, prima devi perderti.

Sto camminando tra i boschi per la mia solita passeggiata e vedo attorno a me diversi sentieri più o meno battuti, tanti percorsi che conducono in qualche posto o da nessuna parte. Immaginare dove e come finiscano mi fa riflettere sul senso della vita, sul perdersi e sul ritrovarsi durante il cammino fisico e spirituale verso il nostro scopo su questa terra.

Non so se questo sia un pensiero che ogni tanto hai modo di affrontare anche tu, ma la mia percezione è che le persone siano a rischio di perdere la propria bussola, il proprio senso dello stare a questo mondo. È una considerazione che di solito se ne sta buona e tranquilla nel suo cassettino: so che c’è, ma fa poco rumore; quando però mi capita di collaborare soprattutto con grandi imprese o multinazionali inizia a scalpitare. Con le grosse realtà imprenditoriali in cui tutto è da consegnare ieri, in cui i ritardi sono inconcepibili, in cui non esistono appuntamenti differibili eccola che scatta fuori dalla sua cuccetta e comincia a saltare come un grillo parlante che mi sussurra all’orecchio: “Andrea, ma secondo te quelle persone lo sanno dove stanno andando? Riescono a guardare un palmo più in là del lavoro a breve termine per il quale si stanno affannando?”

Perché la mia paura è proprio questa. La frenesia per impegni e situazioni che ci vengono prospettati come vitali ci ha gradualmente condotto ad un ritmo non proporzionato alle nostre capacità cerebrali.

Non parlo solo di scadenze lavorative, ma anche di situazioni apparentemente più rilassate come un aperitivo o una cena che, per quanto piacevoli, hanno il difetto di ancorarci ad una valutazione temporalmente e filosoficamente limitata del nostro essere vivi.

Non sto dicendo che il nostro cervello debba essere esclusivamente stimolato a questi ragionamenti esistenzialistici, abbiamo bisogno anche di svagarci con un bel film o un concerto, ci mancherebbe! Ma quello che dovremmo fare, e che non credo facciano in molti, è di considerare questo momento piacevole come un segmento di una linea più “sostanziosa” che conduce da qualche parte.

Ma dove conduce? Ce lo chiediamo mai?

I quattro principi base di Stephen Covey ci dicono come questa linea sia formata da quattro grandi L: Live/vivi,  Love/ama,  Learn/impara,  Leave a legacy/lascia un segno.

L’ultima L è ciò che interessa principalmente questo articolo perché è lei che ci fa ritrovare quando il sentiero che stiamo percorrendo diventa buio, ostacolato da imprevisti e, a volte, poco rassicurante.

Perché sono qui? Qual è il contributo che voglio dare? Quale segno lascerò quando non ci sarò più?

Questa ultima L è la conseguenza delle tre L precedenti: quando avrò imparato a vivere, quando avrò imparato ad imparare, quando avrò imparato ad amare ecco che la quarta L prende forma silenziosamente e il mio contributo su questa terra diviene tangibile.

Ho parlato di questa lunga linea formata dalle quattro grandi L. Non è una linea infinita perché inevitabilmente la nostra vita terrena è destinata a realizzarsi ed esaurirsi in un momento finale che non possiamo prevedere ma che siamo certi che arriverà: la nostra Natura è, purtroppo o per fortuna, questa.

Quando avremo svoltato l’ultimo angolo retto dell’ultima L e avremo percorso quell’ultimo rettilineo cosa resterà di te? Quale sarà il segno che lascerai su questa terra?

La tua eredità, la tua impronta sul terreno che hai percorso germoglierà in qualche modo, crescerà e si manterrà viva in proporzione alle cure che gli hai dedicato in vita.

Indipendentemente dal tuo ruolo nella società, dal tuo grado di potere o responsabilità, ciò che resterà sarà il frutto di ciò che hai seminato nei cuori e nelle menti delle persone che hai incontrato in vita, per ciò che hai fatto per il pianeta, per i sogni che hai avuto e per cui hai lottato.

Steve Jobs, Napoleone, Michelangelo sono personaggi che quasi tutti conosciamo, ma esistono individualità straordinarie che non sono diventate un capitolo sui libri di scuola, ma che ugualmente hanno lasciato un segno luminoso durante il loro percorso delle quattro L.

Un segno che ha permesso al mondo di essere un posto migliore rispetto a prima.

In fondo, il concetto base del miglioramento è semplicemente questo.

 

E tu sai ritrovarti?

Tutti ci perdiamo prima o poi per una malattia, per una delusione amorosa o personale, per un cambio di vita dovuto ad un qualunque evento. Se hai dedicato del tempo e delle energie a tracciare una sorta di rotta personale, ecco che la tua eredità ha iniziato a riempire il forziere.

Quando ci perdiamo, sappiamo poi ritrovarci?
Camminare nella Natura è per me un modo per riabbracciare l’essenza delle cose; incrociare un mandorlo in fiore a 800 metri o delle gemme sbocciate insieme ai primi fiori mi induce a fare tante riflessioni preoccupate per il Pianeta ma, al tempo stesso, mi consente di ritrovarmi.

E tu, sai ritrovarti? In che modo? Con un diario personale, attraverso corsi di formazione, yoga, sport? Sarei felice di saperlo.

Intanto ti auguro di perderti e di ritrovarti perché è proprio lì che miglioriamo.


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