Quando la tua testa non è un’arena in cui senti le macchine scontrarsi come in un demolition derby di idee, è inutile sedersi a scrivere. L’ispirazione non viene alla tastiera, la tastiera è solo la levatrice che ti tira fuori dalle viscere le idee e ti aiuta a metterle in ordine. Questo, almeno, capita a me quando penso ad un articolo da scrivere. Non mi siedo mai davanti al computer a rimuginare e chiedermi: “Oggi di cosa posso parlare?”

Non c’è nulla di sbagliato in chi lo fa, ma per me non funziona così. Se ti arriva la mia genuinità, e spero che ti arrivi, se ti arrivano le mie emozioni, e spero che ti arrivino, è perché mi siedo a scrivere solo quando la riflessione è già impressa nella mia mente.

Sono un privilegiato perché ho la fortuna di vivere in un contesto in cui le riflessioni mi vengono fornite dalla Natura, non devo neanche cercarle più di tanto.

Come adesso. Ho la fortuna di alzare gli occhi al cielo e di vedere le stelle. Di udire il loro silenzio che, come la loro luce, è partito migliaia di anni fa e raggiunge in questo momento la terra e si irradia su di essa come un velo che anestetizza ogni battito, ogni respiro, ogni rumore.

Questo tipo di silenzio mi ricorda quello dei quartieri romani, di quando, a Corso Francia, d’improvviso, una mano invisibile spegneva i rumori e la città smetteva di essere la Roma caciarona e pittoresca per diventare una Roma diversa, mai silenziosa ma certamente meno chiassosa. E dipinta di blu. Non è una metafora alla Modugno, ma la sera romana era davvero blu. Accadeva intorno alle 20, quando i televisori erano quasi tutti sintonizzati sul telegiornale che era accompagnato da questo mantello lampeggiante azzurro che si rifletteva verso l’esterno. E io ero lì, a sbirciare questa improvvisa immobilità blu. Come in questo momento, sono le 20, momento in cui non ho davanti a me delle case ma un ruscello, degli alberi, un vento gentile. I miei cani che abbaiano. Ma il silenzio, anche se totalmente diverso per intensità e natura, è lo stesso di quello romano.

“Sono le 20, sono le 20 e 10 sì! noi siamo quelli che guardano ancora imperterriti il telegiornale”

Ecco la strofa di una canzone di qualche anno fa che è saltata fuori da una delle macchine tamponate nel demolition derby mentale.

Sono le 20 ed è l’orario che io chiamo della prima stella. È un’attività che faccio fare, quando possibile, ai miei corsisti. Ma è anche un mio piccolo rito.

Quando arriva il crepuscolo e il sole è appena tramontato, quando la luminosità si affievolisce gradualmente, si alzano gli occhi al cielo e si aspetta. Si aspetta l’apparizione della prima stella. Gli occhi diventano un colino con cui setacciare la notte e le stelle restano impigliate nelle sue maglie una dopo l’altra. Ecco la prima, poi la seconda… Spuntano velocemente come popcorn dorati.

Qui, alla GigiA, posso godere di un punto di osservazione privilegiato: una roccia su cui è possibile salire per sentirsi proiettati verso l’alto. Ci si alza solo di qualche decina di centimetri, ma sono sufficienti per sentirsi staccati dal terreno. Un cambio di prospettiva leggero ma determinante.

Non a caso ho chiamato questa roccia “astronave”, proprio perché su di lei mi sento un po’ come il Major Tom di David Bowie.

Sono un privilegiato perché ho la fortuna di vivere in salute in un momento in cui la malattia agita il suo scettro da dittatore sulle nostre teste. E sono privilegiato perché ho la fortuna di vivere in un posto in cui i miei occhi possono godere del cielo così come Madre Natura lo ha disegnato. Senza interferenza di luci artificiali, senza distrazioni luminose che, come un cellulare lasciato acceso a teatro, ti disturba dalla visione dello spettacolo.

Ma il privilegio più grande lo sento dentro di me, nella mia sensibilità. Dal desiderio o, dal bisogno, direi, di finire la giornata immerso nella Natura. Respirare il creato dopo una lunga giornata di coaching, nutriente ma impegnativa, e sentire un dito etereo che preme il tasto “pausa” sulla mia anima e la mette in condizione di raffreddarsi, di abbassare una temperatura che la frenesia quotidiana fa alzare minacciosamente.

Fallo anche tu. Non è necessario vivere in montagna per sentire l’abbraccio della Natura e godere del suo calore. Un raggio di sole, una piantina sul balcone, sono mezzi più che sufficienti per sentire il Suo contatto.

Sono le 20 e preferisco non guardare il telegiornale perché mi fido più della Natura che delle realizzazioni degli uomini. Le notizie importanti, alla fine, le veniamo comunque a sapere…

Preferisco stare qui, alla luce di questo buio silenzioso e ricaricare le batterie.

L’astronave della GigiA è pronta…

 

This is Major Tom to Ground Control

I’m stepping through the door

And I’m floating in a most peculiar way

And the stars look very different today

 

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Ti aspettiamo,

Andrea

 

 

 

 

 

 

 

 

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